Nel mese di aprile si sono tenute in alcune città italiane proiezioni del documentario intitolato “Anti-authoritarians at war”, ossia “Antiautoritari in guerra”. Un’opera che mette in luce, secondo quanto descritto dalle grafiche che pubblicizzano gli eventi, la “partecipazione di militanti anarchici e anti-autoritari alla resistenza in Ucraina dopo l’invasione russa”. Gli incontri hanno visto la partecipazione di un’esponente di Solidarity Collectives, un gruppo nato in Ucraina da pochi anni che si occupa di raccogliere soldi per equipaggiare coloro che definendosi anarchici combattono nell’esercito ucraino. Questo tour ha preceduto la proiezione del documentario al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia lo scorso 15 aprile.
Sulle pagine di Umanità Nova è stata in più occasioni affrontata la questione più generale della guerra, anche criticando quelle posizioni politiche che rivendicano la partecipazione alla guerra in atto in Europa orientale, esponendo le ragioni dell’antimilitarismo e affermando che “la lotta, con o senza armi, per essere efficace deve essere fatta e organizzata dal basso, al di fuori degli apparati degli Stati, dei governi, e, soprattutto, delle forze armate.” Per questo non si tornerà qui a ripetersi, ma ci si concentrerà sull’argomento più specifico del ciclo di iniziative che si è svolto in Italia, e delle questioni che sono sorte a margine. Infatti non sono mancate contestazioni di diversa natura, come pure il sostegno di aree politiche distanti dall’anarchismo, una dinamica circoscritta ai contesti dove queste iniziative si svolgevano, a cui il quotidiano il manifesto ha dato una certa visibilità.
Organizzatori di questo tour in Italia sarebbero Solidarity Collectives e Antiauthoritarian Alliance. Quest’ultima è una nuova sigla, sconosciuta ai più, che da pochi mesi ha creato i propri canali social e il proprio sito. Dal “manifesto” pubblicato online sembrerebbe quasi una nuova internazionale, ma gli articoli pubblicati lasciano pensare che si tratti di una piccola realtà che pubblica qualche approfondimento e si concentra principalmente sulla questione Ucraina. Sembra una sigla creata per dare una sponda politica in Italia a chi vuol sostenere la partecipazione alla guerra in Europa orientale. Dopotutto l’unica iniziativa per ora pubblicizzata dai canali di Antiauthoriatarian Alliance, insieme alla partecipazione alle manifestazioni del 25 aprile di Bologna e Milano, è proprio il tour organizzato con Solidarity Collectives.
In effetti sono posizioni che dalle nostre parti non hanno mai avuto troppa fortuna e che, quantomeno in ambito anarchico, non trovavano un solido riferimento politico in Italia. Le diverse tendenze del movimento anarchico di lingua italiana – pur con profonde differenze interne – hanno mantenuto posizioni chiaramente antimilitariste riguardo alla guerra, soprattutto per quanto riguarda il conflitto in Europa orientale. Poche realtà, che si contavano sulle dita di una mano, avevano assunto in questi anni posizioni più possibiliste o di sostegno aperto a quelle componenti anarchiche dell’Est europeo che ritengono che di fronte all’imperialismo russo si renda necessario anche arruolarsi nelle file degli eserciti. Oggi sembra che questo piccolo drappello sia ulteriormente ridotto. Si può rilevare infatti che anche in altri paesi, in cui certe posizioni avevano senza dubbio un maggior peso, è avanzata una certa disillusione soprattutto nel corso dell’ultimo anno di fronte al riarmo europeo, alla reintroduzione della leva avviata da diversi governi, all’autoritarismo crescente in Europa, al cronicizzarsi della guerra, che porta ad una maggiore centralizzazione del potere anche in Ucraina oltre che ovviamente in Russia, già governata in modo autocratico.
Per noi che non ci eravamo fatti illudere dalle chiamate alle armi, quello che vediamo è l’ovvia conseguenza della spirale di guerra in cui i governi stanno sprofondando il mondo intero. Ma è chiaro che per chi ha assunto posizioni diverse la disillusione può essere un passaggio importante.
Certo anche a causa di questo contesto il primo tour di Solidarity Collectives in Italia, dopo che sono trascorsi più di 4 anni dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, è avvenuto in occasione della partecipazione di questo documentario a una kermesse ufficiale, e non ha toccato nessuno spazio sociale, sede, circolo che potremmo definire anarchico. Gli organizzatori hanno infatti, fin da subito, individuato sale pubbliche come a Bologna o gestite da associazioni legate al PD come a Torino, circoli ARCI come a Milano o comunque della sinistra istituzionale, in un caso di area trotzkijsta come a Bari. Questo mostra la mancanza di qualsiasi rapporto tra gli organizzatori di questo tour e il movimento anarchico in Italia. Anzi, in molte delle località toccate ci sono state prese di posizione e contestazioni da parte di gruppi anarchici, svolte con volantinaggi, striscioni e interventi all’esterno delle sale.
Certo nel clima generale di guerra che viviamo anche altri erano critici verso queste iniziative, e in alcuni casi agli organizzatori è stata ritirata la disponibilità della sala, perché l’iniziativa era ritenuta incompatibile con i principi delle associazioni ospitanti.
Sembra che non siano mancate le pressioni agli enti gestori delle sale anche da parte di soggetti certo distanti da qualsiasi visione antimilitarista, e che invece avrebbero come riferimento la Federazione Russa.
Ma nei comunicati pubblicati in merito da Antiauthoritarian Alliance non si spendono troppe parole per i campisti e i filorussi. Ci sono invece pagine e pagine contro gli anarchici che hanno contestato le iniziative. Armandosi di tempo e pazienza per leggere queste pagine dispiace constatare che ogni critica e contestazione, normale nel confronto politico, viene delegittimata, ridicolizzata, tacciata addirittura di “stalinismo”. È da queste basi che chi sostiene che il posto degli anarchici sia nell’esercito, lamenta la mancanza di volontà di dialogo e di ascolto.
Non è una novità. Già in più occasioni c’è stato modo di ritrovare questo atteggiamento. Se qualcuno avesse perso la memoria basta rileggere qualche articolo di Umanità Nova del 2023 e del 2024. In uno dei comunicati dell’Antiauthoritarian Alliance si torna infatti su quanto avvenuto nel corso dell’incontro internazionale anarchico di Saint-Imier del luglio 2023. Denunciano in termini drammatici l’interruzione di una conferenza che si teneva nella sala principale, organizzata dai gruppi che sostenevano i cosiddetti “combattenti anti-autoritari” arruolati nell’esercito ucraino. Ma la realtà fu ben diversa, dopo che ad unx compagnx che aveva osato levare un cartello antimilitarista in sala era stato strappato il cartello di mano, ci sono statx singolx compagnx che hanno protestato contro quella censura. Qualcunx ha osato porre domande non gradite agli organizzatori, ma una specie di servizio d’ordine, ben coordinato, interveniva subito a zittire le voci critiche, con insulti e minacce anche fisiche. Dal palco intanto venivano scagliati insulti e anatemi sugli antimilitaristi. Questo avveniva nel corso di un incontro internazionale, dove bisognerebbe essere in grado di confrontarsi con posizioni diverse dalle proprie. Questo è solo una parte del “dialogo” che abbiamo visto a Saint-Imier.
Visto che nei comunicati di questa Antiauthoritarian Alliance sono riportate storie fantasiose, è necessario ricordare come sono effettivamente andate le cose. Voglio però ringraziare questa sigla per aver sollevato la questione. A quasi quattro anni e mezzo dall’inizio del conflitto su larga scala tra Ucraina e Federazione Russa, la guerra è sempre più presente nelle nostre società e nelle nostre vite. La guerra è sempre più parte ineludibile dello scenario in cui ci muoviamo. Per questo riemergono nel discorso politico dei movimenti, anche se non sempre in modo aperto, ma comunque non più così sporadicamente, velleità belliciste, soluzioni militari, speranze in una tabula rasa creata dalla guerra, che travalicano gli ambiti politici tradizionalmente “militaristi” e “campisti”. Penso sia bene cogliere l’occasione per tornare a ragionare e a fare chiarezza su una serie di questioni, per cercare di orientarci meglio in questi tempi così difficili.
Dario Antonelli